Molti adulti che arrivano in terapia raccontano di essere cresciuti in famiglie che, da fuori, sembravano funzionare bene. Genitori presenti, economicamente stabili, privi di comportamenti violenti o palesemente disfunzionali. Eppure qualcosa, dentro di loro, non funziona altrettanto bene. Una distanza difficile da nominare, una certa fatica a riconoscere i propri bisogni, la sensazione persistente che qualcosa di importante sia mancato, anche se non si riesce a dire cosa.
La psicologia ha un termine per descrivere questo paradosso: trascuratezza emotiva. Non si tratta di abuso, né di incuria materiale. Si tratta, più precisamente, di tutto ciò che non è accaduto, di risposte emotive che avrebbero dovuto esserci e non ci sono state.
In questo articolo scoprirai:
Cosa emerge dalla ricerca: presente nel corpo, assente nell’emozione
La distinzione fondamentale che la ricerca sullo sviluppo infantile propone è quella tra accudimento e sintonizzazione emotiva. Il primo riguarda i bisogni concreti: il cibo, la sicurezza, la scuola, le cure mediche, l’igiene. La seconda riguarda qualcosa di più sottile: la capacità del genitore di percepire il mondo interno del figlio e di rispondervi con attenzione.
Lo psicologo dello sviluppo Edward Tronick ha studiato questo fenomeno con un esperimento diventato un riferimento classico nella letteratura scientifica, noto come “still face experiment” (Tronick, E.Z., “The neurobehavioral and social-emotional development of infants and children”, Norton, 2007). In questa procedura, una madre interagisce normalmente con il proprio bambino, poi assume improvvisamente un’espressione neutra e inespressiva. In pochi secondi, il bambino comincia a dare segnali di disagio: cerca il contatto, sorride, indica. Quando il volto della madre resta immobile, molti bambini mostrano segni di ritiro emotivo. Ti propongo di guardare il video qui sotto per osservare direttamente gli effetti di questo esperimento.
Ciò che rende questo esperimento particolarmente interessante non è la rottura della sintonizzazione in sé. Le rotture, come ha mostrato la ricerca successiva di Tronick, sono normali e inevitabili in qualunque relazione. Quello che conta è la riparazione: la capacità del genitore di tornare disponibile, di riconoscere il disallineamento e di ristabilire il contatto. Sono proprio questi cicli di rottura e riparazione a costruire, nel tempo, la sicurezza emotiva del bambino.
Quando invece la disponibilità emotiva è cronicamente limitata, i bambini imparano qualcosa di diverso: che le proprie esperienze interiori non sono particolarmente interessanti, o forse non sono sicure da esprimere.
Interpretazione psicologica: il genitore “abbastanza buono” e i suoi limiti
Lo psicoanalista Donald Winnicott ha introdotto il concetto di “madre sufficientemente buona” (Winnicott, D.W., “Transitional objects and transitional phenomena”, International Journal of Psychoanalysis, 1953) per descrivere un genitore che risponde in modo generalmente adeguato ai bisogni del figlio, senza aspirare a una perfezione irrealistica. Secondo Winnicott, anzi, una certa quota di frustrazione tollerabile è necessaria per lo sviluppo dell’autonomia.
Questo concetto, però, viene spesso frainteso. Essere sufficientemente buoni non significa solo evitare i comportamenti dannosi: richiede anche una forma di presenza emotiva attiva. In molte famiglie moderne, i genitori riescono a soddisfare le richieste pratiche, ma faticano con la disponibilità affettiva. Lo stress lavorativo, le aspettative culturali, le difficoltà personali non risolte, la distrazione digitale: tutto questo può interferire con la qualità dell’interazione emotiva, in modi che dall’esterno rimangono quasi invisibili.
Da un punto di vista dei meccanismi sottostanti, il problema riguarda quello che alcuni ricercatori chiamano “specchio emotivo”. I bambini costruiscono la propria capacità di riconoscere e regolare le emozioni attraverso le risposte dei caregiver. Quando un genitore accoglie il disagio di un figlio con curiosità e validazione, il bambino interiorizza gradualmente quegli strumenti regolatori. Quando quel feedback manca, il bambino può crescere con una scarsa familiarità con il proprio mondo emotivo: difficoltà a nominare quello che sente, incertezza su cosa significhino certe sensazioni, scarsa fiducia nei propri stati interni.
La letteratura sulle esperienze avverse infantili mostra che la trascuratezza emotiva, considerata indipendentemente dall’abuso esplicito, è associata a livelli più elevati di depressione, ansia e difficoltà nella regolazione emotiva in età adulta (studi citati, ad esempio, nel volume di revisione pubblicato su BMC Psychiatry nel 2023, che analizza il contributo indipendente della trascuratezza emotiva rispetto ad altre forme di maltrattamento).
Implicazioni pratiche: riconoscere, non incolpare
Come si manifesta tutto questo nella vita concreta di un adulto? Spesso in modi che, in superficie, possono sembrare punti di forza. Una certa autosufficienza emotiva, una tendenza a non chiedere aiuto, la capacità di funzionare anche in condizioni difficili. Ma sotto quella superficie, in molti casi, c’è una fatica a riconoscere i propri bisogni relazionali, un disagio con la vulnerabilità , una solitudine che non si riesce a connettere a nulla di preciso.
Un esempio può aiutare. Una persona cresciuta in una famiglia in cui i momenti di tristezza o di difficoltà venivano liquidati con frasi come “non è niente” o “sei forte” impara presto a non segnalare il proprio stato emotivo. Questa strategia adattiva è efficace nel breve periodo, perché mantiene la stabilità del sistema familiare. Ma in età adulta, la stessa persona può trovarsi incapace di chiedere supporto in una relazione di coppia, o di riconoscere quando è esausta e ha bisogno di fermarsi.
Un secondo esempio riguarda i legami d’attaccamento. La ricerca di Mary Ainsworth (“Patterns of attachment”, Erlbaum, 1978) e degli studiosi che l’hanno seguita mostra che la coerenza e la sensibilità delle risposte genitoriali sono tra i principali predittori dell’attaccamento sicuro. Quando le risposte sono invece discontinue o emotivamente piatte, i bambini sviluppano spesso pattern di attaccamento ansioso o evitante. Il genitore affettivamente freddo non è necessariamente un genitore cattivo: può essere una persona responsabile, presente, persino amorevole, ma incapace di esprimere calore emotivo in modo costante, magari perché anche lui è cresciuto in un ambiente simile.
Una terza situazione frequente riguarda proprio questa trasmissione intergenerazionale. Molti genitori che faticano con la disponibilità emotiva non lo fanno per indifferenza, ma perché non hanno avuto modelli diversi. Cresciuti in contesti in cui le emozioni si tenevano per sé, hanno semplicemente replicato quello che conoscevano.
Riconoscere il vuoto senza tradire chi ci ha cresciuto
Una delle difficoltà più grandi per chi ha vissuto questo tipo di esperienza è proprio quella di nominare il problema. Riconoscere che qualcosa di significativo è mancato può sembrare un atto di accusa verso genitori che, obiettivamente, hanno fatto del loro meglio. Ma la psicologia può aiutare a tenere insieme due verità che non si escludono: che i propri genitori abbiano fatto quello che sapevano fare e che qualcosa di importante non sia stato trasmesso.
Questo tipo di consapevolezza non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Lo sviluppo emotivo non si ferma con l’infanzia e la ricerca mostra che esperienze relazionali correttive, che siano amicizie significative, relazioni di coppia mature o percorsi terapeutici, possono contribuire a costruire, anche in età adulta, quella sicurezza che non si è avuta modo di sviluppare prima. Gli interventi psicologici centrati sul riconoscimento e sulla regolazione emotiva mostrano risultati solidi proprio per chi fatica con la chiarezza dei propri stati interni.
Forse la cosa più utile è semplicemente cominciare a chiamare l’esperienza con il suo nome. Quando le persone riescono a contestualizzare quella sensazione diffusa di vuoto o di distanza, comprendendone le radici evolutive, quella stessa sensazione diventa spesso più gestibile, meno minacciosa, meno oscura.